Trattamento “felicità” (dalla tristezza se ne esce!)

Prendo spunto da questo brano trovato sul web (Enrica Tesio, Facebook)

Piccolo prontuario sulla tristezza (in tempi di felicità).

Quando cade la tristezza copre tutto, come la neve. Quando sale la tristezza copre tutto, come la nebbia. Che il paesaggio sotto sia il più rigoglioso o il più desolato, poco importa. Chiedersi “Perché quella persona è triste, se ha una vita così bella?” è una domanda insensata. La tristezza cade, la tristezza si alza, e quello che c’è sotto, per un po’, non si vede più.

La tristezza è misura di se stessa. A una persona sofferente non puoi dire “c’è chi sta peggio”. Il benaltrismo (“sono ben altri i problemi”) emotivo è quasi peggio del benaltrismo politico. Una persona triste non è scema, non è malata, non è depressa, è lucida, quindi lo sa che c’è chi sta peggio. A meno che la persona triste sia sadica o anche solo molto stronza, il fatto che ci sia qualcuno disperato non è motivo di allegria.

Bellezza mezza tristezza non vale. Insomma a me Modugno che canta “ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto, ti hanno inventato il mareeeeee” innervosisce. Ti viene da dirgli che ti hanno inventato anche le alghe di merda, la sabbia nelle mutande e le meduse spunzichineeeeee.

La tristezza è competitiva, tristezza chiama tristezza, come lo sbadiglio. Se sei triste e alla domanda “Come stai?” hai la malaugurata idea di rispondere “Insomma” è molto probabile che tu ti possa imbattere in un esemplare di “non dirlo a me”. Ecco non dirlo a lui, se sei triste. Perché oltre che triste, dopo, sarai anche molto incazzato.

La tristezza dichiarata, soprattutto da chi è solitamente di buonumore, mette ansia intorno, è destabilizzante per le persone che ti amano (che ti vorrebbero felice), ma anche per quelle che non ti amano (che ti vorrebbero disponibile all’ascolto). Bisogna uscirne presto! Dopo il primo “sono triste” inizia un’attesa implicita, scatta il contachilometri sulla strada che dovrebbe condurti alla città della gioia. Più o meno la conversazione implicita tra un triste e uno in attesa della fine dell’altrui tristezza, è questa:

Stai meglio?

No.

E ora?

No.

E adesso? sei felice?

No.

Ma quanto manca?

Non lo so. Ma tu magari mentre guido dormi e ti sveglio io quando arriviamo a Happyland. Nel frattempo ascolto musica triste, triste triste triste triste come me.

La tristezza ha quasi sempre a che fare con una mancanza, mentre il dolore ha quasi sempre a che fare con una perdita. La perdita è lancinante, definita e purtroppo spesso definitiva, ha nome e a volte anche cognome. La mancanza no, è uno spazio bianco, un vuoto. A volte il dolore diventa tristezza, è quando la perdita diventa mancanza.

Se sono giù, guardo le vecchie foto. Prima di un periodo di grande gioia, c’è sempre uno scatto in cui ho un’aria infelice. È un pensiero che mi dà conforto, la tristezza è un preludio.” (Enrica Tesio)

La vita è una ruota che gira, ma possiamo farla girare più velocemente quando gira in maniera negativa!!!

Chi ha vissuto, o sta vivendo adesso, questa esperienza ci si riconosce benissimo. Lo conosce bene l’autrice, lo comprendo bene io che l’ho vissuta sulla mia pelle nel non troppo lontano “2001/2002”. Soprattutto lo si capisce quando chi ha vissuto il triste momento, lo ha anche superato.

Bravissima Enrica, che è riuscita a scrivere in chiave ironica una situazione che di ironico ha poco. Grandissima scrittrice e, non so se volutamente o meno, anche mental coach. Infatti è esternalizzando e dissociandosi dal problema che se ne esce prima. Io stesso ai tempi, seppur non volutamente, mi prendevo in giro da solo e chiamavo quella “nebbia”, in termini scherzosi, “la carogna”.. come se non mi appartenesse.. come se fosse un’entità esterna che si appropriava di me; a volte quasi distratta mi lasciava respiro, in altri momenti invece più attenta e pressante intenta a sabotarmi la vita. La vedevo una “cosa” non mia, quindi non è riuscita ad entrare nel mio sistema operativo per lasciare quel “virus” distruttivo chiamato “depressione clinica” (Anche dalla depressione se ne esce, ci vuole più impegno, ma se ne esce).

Ho lavorato con la “depressione”, ma in questo caso c’è negazionismo.. Chi ne soffre viene a farsi trattare solo perché spinto da altre persone… il depresso nega il fatto che se ne possa uscire, e a me, che non sono psichiatra, mi si chiudono le possibilità d’azione. Ergo, il mio compito in quei casi, è stato quello di riuscire a trovare le motivazioni valide per convincerlo andare dal medico specialista. Quindi, chi viene da me DI SUA SPONTANEA VOLONTA’, automaticamente non è un caso clinico.

Questo l’ho voluto scrivere anche per informare che non invado il campo medico, cosa che al contrario non avviene e cioè, ho visto persone a cui sono stati prescritti psicofarmaci in un unico isolato momentaneo periodo di crisi.. così, tanto per non rischiare!

Possiamo dire quindi che dalla “tristezza intrinseca” se ne esce.

E se ne esce non solo più forti ma con anche gli “anticorpi”. E anche questo lo so, visto che nel 2014 ho rischiato di risaltarci dentro a piedi pari, vivendo una serie di situazioni ben peggiori di quelle vissute all’inizio del nuovo millennio, ma avendo riconosciuto per tempo i sintomi, ho preso contromisure tempestive ed ho evitato di tornare a soffrire e far soffrire chi mi ama.

Ho adottato una strategia efficace per uscirne. Posso dire che è stata fortuna… un raggio di sole in una delle solite giornate di tempesta mi diede la forza e la lucidità per trovare la via di fuga, il resto è stato merito delle frequenze emesse, delle leggi fisiche di risonanza e di attrazione, e dell’universo. Parlo difficile? Suona come “roba new-age per esaltati”? Nulla di ciò è scientifico? Non è serio?

E invece niente di questo. Semplice fisica applicata alla vita quotidiana. Regole che funzionano sempre, nel bene o nel male anche se tu non le conosci. Non conosci la legge fisica della gravità? Non importa, se ti lanci da una aereo senza paracadute sbatterai il faccino per terra! Non c’è scampo! Le leggi fisiche funzionano a prescindere dalle nostre conoscenze.

Quindi, quello che ti sta capitando mentre vivi uno “shit-moment”, lo stai creando te. Non importa la gravità dell’evento che l’ha innescato, tutto quello che ne consegue è opera tua.

Brutto cattivo di un Mel (al secolo Matteo Meletti, cioè io!). Fammi piangere addosso in santa pace e lasciami continuare ad urlare “mondo infaaaameeee…. tutti ce l’hanno con meeee…sono troppo sfigato… Dio mi odia!”.

Se il tuo obiettivo è quello di prenderti una coccola da “chicchessia”, per il piacere di vivere quel momento di piacere, io ti lascio li. E ti ci lascio comunque, non scrivo questo articolo per fingermi il salvatore del mondo. Semmai posso aiutarti a trovare il modo più rapido per uscirne. (non ti tiro fuori io… ti indico dove trovare la scaletta!)

Posso però farti qualche domanda alle quali risponderai solo mentalmente? Se tu ne volessi uscire dalla infelice situazione, cosa dovrebbe accadere per che ciò avvenga? Come sarebbe la tua vita senza tristezza? Come vivresti il quotidiano da “felice”? Dove e con chi? (rispondi obiettivamente, non cercare di riesumare persone non più in vita… lo avrei fatto anche io, ma questo porta a peggiorare la situazione)

Questo è un buon inizio. Trova la lucidità per rispondere a queste domande tutti i giorni e “fingi” di viverle da adesso.

Come posso aiutarti?

Ho uno protocollo specifico che tiene presente della struttura, delle emozioni e della biochimica dell’individuo in dette situazioni. Prevede anche qualche “compitino” a casa… nulla di difficile, nessuna privazione… generalmente una decina di sedute a cadenza settimanale (le prime 5) e poi ogni 15giorni (le successive). Chiaramente non si chiama “trattamento Felicità” come riporta il titolo … del resto non potevo nemmeno chiamarlo ” trattamento personalizzato per trattare le emozioni bloccate nel corpo mediante tecniche in prevalenza Cranio-sacrali Biodinamiche, supportate da trattamento viscerale osteopatico nonché Healt-coaching e tecniche psico-energetiche laddove se ne presenti il bisogno, più varie ed eventuali a seconda delle esigenze del mi assistito“. Mi serviva un titolo che impattasse!

Da cosa si parte?

Da un tuo contatto diretto.

Dimmi ciò che stai vivendo; solo le emozioni che vivi senza darmi i dettagli di ciò che per te è una spiegazione, un’origine, una causa (primo: non sono uno psicologo ma lavoro con le emozioni somatizzate: parlo direttamente col corpo, con le somatizzazioni e queste mi spiegano abbastanza senza entrare nello specifico; secondo: ciò che dici è al 99,9% una supercazzola ricostruita dalla tua mente conscia per dare una spiegazione logica a ciò che in realtà è inconscio. Non offenderti perché non è così solo per te, ma è una situazione uguale per tutti). Riesco ad ottenere ottimi risultati proprio perché non mi creo delle aspettative cercando di risolvere il problema che mi viene riferito CONSCIAMENTE. In pratica, “meno dici, meglio interagisco con le tue emozioni”.

Successivamente una prima seduta, spiegazioni del percorso… istruzioni per svolgere i “compiti” a casa.

A tua disposizione.

Matteo

matteo@matteomeletti.it

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